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Dopo il confronto tecnico a Palazzo Vidoni, AMUS ribadisce: risorse insufficienti, specificità disattesa e necessità di un intervento politico strutturale
A seguito dell’incontro tenutosi oggi 16 aprile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica, AMUS ha preso nuovamente parte al confronto tecnico relativo al rinnovo contrattuale del personale non dirigente per il triennio 2025–2027.

All’incontro, AMUS ha partecipato con una delegazione composta dal Segretario Generale Aggiunto, Mario Troccoli, e dai Segretari Nazionali Paolo Pappalepore e Matteo Grilli. Il confronto si è svolto in sede tecnica, alla presenza dei rappresentanti della Dipartimento della Funzione Pubblica, del Ministero della Difesa e del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Si tratta di un passaggio importante, che segna il prosieguo concreto del percorso negoziale. Tuttavia, proprio per questo, impone fin da subito una riflessione chiara, lucida e, soprattutto, responsabile.
Come AMUS ha più volte ribadito in sede istituzionale, le risorse attualmente allocate dal Governo — pur riconoscendo lo sforzo di una programmazione anticipata nel triennio — non risultano sufficienti a garantire un recupero sostanziale dell’inflazione, che negli ultimi anni ha inciso in maniera significativa sul potere d’acquisto del personale militare.
Parliamo infatti di circa 1,5 miliardi di euro complessivi per il Comparto Difesa e Sicurezza, di cui poco meno di 500 milioni destinati alle Forze armate. Una dotazione che si discosta di poco da quella prevista per il precedente rinnovo contrattuale 2022–2024 e che, nei fatti, non consente di imprimere quel cambio di passo che il personale attende da anni.
L’impostazione attuale prevedrebbe verosimilmente, inoltre, una concentrazione di circa il 90–92% delle risorse sul trattamento economico fisso e continuativo. Questo si traduce in un incremento netto medio di circa 97 euro mensili per un Graduato, con progressione fino al grado di Capitano. Un risultato che, pur rappresentando un segnale, resta in linea con il precedente contratto e non determina alcun reale recupero del potere d’acquisto.
Ancora più rilevante, e sotto certi aspetti più preoccupante, è l’assenza di qualsiasi intervento sulla cosiddetta specificità militare, prevista dalla Legge 183/2010 e ferma, di fatto, da oltre 16 anni. Un principio riconosciuto normativamente, ma mai tradotto in strumenti economici e previdenziali concreti.
La quota residuale delle risorse, pari a circa l’8–10%, lascia margini estremamente limitati di intervento sul trattamento accessorio e normativo. Si tratta di poco più di 16 milioni di euro, che potrebbero essere destinati al FESI, al fine di evitare la proliferazione di nuove indennità disorganiche, e all’introduzione di strumenti innovativi come forme di lavoro agile, ove compatibili con le esigenze operative e previa autorizzazione della linea di comando.
Proprio sul tema dello smart working, AMUS ritiene che, se ben regolamentato, possa rappresentare una risposta concreta alle esigenze di migliaia di famiglie di militari, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, garantendo al contempo la continuità del servizio nei contesti in cui ciò sia effettivamente applicabile.
Il vero nodo, tuttavia, resta quello della cd. “previdenza dedicata”. Il fondo esiste, ma non è stato ancora finanziato con risorse strutturali tali da consentirne il reale decollo. Per renderlo operativo a regime sarebbero necessari circa 500 milioni di euro per l’intero comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico.
In assenza di tale intervento, il personale militare continuerà a subire una significativa penalizzazione al momento del pensionamento, con una riduzione stimata tra il 25% e il 30% dell’ultima retribuzione percepita, a fronte di una carriera caratterizzata da elevati livelli di responsabilità e sacrificio.
Permane inoltre un evidente divario rispetto alle Forze di polizia, stimato in circa 1 miliardo di euro sul fronte delle risorse destinate allo straordinario. Analogamente, il FESI necessita di essere progressivamente rafforzato, con l’obiettivo di avvicinarlo sempre più a una vera mensilità aggiuntiva a carattere premiale, mantenendo al contempo la logica meritocratica che lo contraddistingue.
Su questi fronti, appare ormai indispensabile un intervento politico deciso, attraverso strumenti extra-contrattuali e mediante l’utilizzo di tutti i veicoli normativi disponibili.
AMUS ribadisce la propria disponibilità al confronto e al contributo costruttivo, ma con altrettanta chiarezza evidenzia che, in assenza di un concreto cambio di passo, non sussisteranno le condizioni per la sottoscrizione del rinnovo contrattuale. La dignità del personale militare non può essere ulteriormente compressa.
Sul piano ordinamentale, resta inoltre aperta la questione delle agibilità sindacali. Il nuovo disegno di legge in materia di difesa dovrà necessariamente prevedere garanzie chiare e condivise con le APCSM. È inaccettabile che decisioni di tale portata vengano assunte senza il coinvolgimento delle rappresentanze.
Per tali motivi, AMUS, unitamente alle principali sigle del comparto, ha già formalizzato la richiesta di apertura di un tavolo dedicato sul tema, ribadendo altresì la necessità di collocare l’Ufficio Relazioni Sindacali presso il Gabinetto del Ministro, questione ad oggi ancora irrisolta.
La politica, a livello bipartisan, è ora chiamata a fare la propria parte. La specificità militare deve finalmente trovare concreta attuazione. Dopo oltre 16 anni di attesa, non è più rinviabile un intervento strutturale che restituisca dignità economica e prospettiva al personale.
Quando necessario, il Governo ha dimostrato di saper reperire risorse anche in contesti complessi. Questa è una di quelle circostanze.
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