SINDACATI & SHOW 2

Faida mediatica o tutela dei militari? Il confine smarrito tra sindacato e show-business

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Quando la propaganda e gli interessi personali provano a sostituirsi al vero sindacato militare: la replica di AMUS-Aeronautica a chi preferisce la gogna mediatica alla complessa e seria responsabilità della rappresentanza

Tra la realtà dei fatti e il racconto che se ne vuol fare corre la stessa differenza che passa tra l’eleganza di un confronto istituzionale e la ricerca ad ogni costo del sensazionalismo. Negli ultimi giorni abbiamo assistito all’ennesimo tentativo di trasformare la complessa dinamica del rinnovo contrattuale delle Forze Armate in una gogna mediatica a uso e consumo dei social network. Una narrazione semplificata e artificiosa, costruita ad arte da alcune sigle per gridare alla presunta “fuga dal confronto” e al rifiuto di “metterci la faccia”.

In queste ore abbiamo letto articoli ed esternazioni volti a far passare un concetto tanto suggestivo quanto privo di fondamento: il sindacato che ha sottoscritto l’accordo contrattuale avrebbe “disertato” la diretta di Militar TV del 23 luglio per paura di “metterci la faccia”.

Una narrazione avvincente, certo, ma clamorosamente smentita dai fatti, dai documenti e persino dalle ammissioni della stessa redazione ospitante. È tempo di ristabilire la realtà dei fatti e di distinguere con nitidezza chi lavora nell’alveo delle regole da chi predilige la ricerca esasperata dell’effetto mediatico.

La veridicità dei fatti: un’informazione “selettiva”

I fatti sono testardi e i documenti ufficiali ancora di più. AMUS non solo ha motivato tempestivamente l’impossibilità di presenziare alla diretta del 23 luglio a causa di inderogabili impegni istituzionali già programmati, ma ha anche fornito formalmente alla redazione una lettera ufficiale a firma del Segretario Generale e un documento di dettaglio (clicca qui per leggere la lettera) contenente le ragioni tecniche e politiche della sottoscrizione dell’accordo.

Durante la trasmissione, tuttavia, di questa documentazione ufficiale non è stata data alcuna lettura o informativa agli spettatori. Ignorare volontariamente la posizione scritta di un’organizzazione sindacale per accreditare la tesi della “diserzione” non è informazione: è una scelta editoriale orientata, fuorviante e strumentale, funzionale unicamente a creare un clima da tifoseria.

Il verbo disertare presuppone la fuga ingiustificata da un dovere. AMUS ha invece inviato una tempestiva e formale comunicazione, rappresentando l’impossibilità di presenziare alla diretta a causa di precedenti e inderogabili impegni istituzionali già assunti. Chi vive la vita di un’organizzazione sindacale strutturata sa che l’agenda degli impegni con il personale e le istituzioni non si cancella dall’oggi al domani per adattarsi alle esigenze di palinsesto di un blog.

Se l’obiettivo della trasmissione fosse stato davvero quello di offrire un’informazione plurale e completa al personale, sarebbe bastato dare lettura di quei documenti ufficiali. Trasformare un’assenza motivata e corredata di atti scritti in una presunta “fuga” è una scorciatoia dialettica utile solo a chi cerca visibilità facile.

Formato e garanzie: tra sedicenti TV e la realtà dei blog

Per comprendere la vicenda occorre fare un passo indietro. A scanso di equivoci e a beneficio della massima trasparenza verso i colleghi militari, occorre chiarire la natura della sede che ha ospitato tale dibattito. Come confermato per iscritto dalla stessa organizzazione in risposta a precisi quesiti formali inviati da altre sigle (clicca qui per leggere), la piattaforma invitante non costituisce una testata giornalistica registrata ai sensi di legge. Si tratta di un blog privo di un Direttore Responsabile registrato presso un Tribunale che possa garantire la deontologia, la terzietà dell’informazione e il diritto di replica.

Sia chiaro: la manifestazione del pensiero è libera e benvenuta. Ma confondere la legittima presenza su un blog privato con un dibattito pubblico istituzionale o con l’osservanza della par condicio significa alterare la percezione della realtà. Un’organizzazione sindacale seria ha il dovere di selezionare le sedi opportune e non ha alcun obbligo di prestarsi a contesti privi delle dovute garanzie di terzietà.

Il paradosso dei detrattori: tra lezioni di morale e doppi pesi

Ciò che appare ancor più paradossale è l’atteggiamento di chi oggi tenta di impartire lezioni di trasparenza e partecipazione democratica. Assistiamo alla stravagante scena di esponenti sindacali appartenenti a sigle che per anni si sono del tutto rifiutate di sottoscrivere il contratto, o di realtà che non hanno nemmeno raggiunto il riconoscimento ufficiale come associazioni sindacali rappresentative, che pretendono di giudicare l’operato di chi lavora quotidianamente ai tavoli istituzionali.

Si punta il dito contro chi firma gli accordi portando benefici economici immediati al personale, dimenticando che l’opposizione sistematica senza proposta e il rifiuto del dialogo non hanno mai migliorato la condizione lavorativa di un solo militare. È comodo ergersi a giudici da uno schermo quando non si possiede la responsabilità giuridica né il peso politico della rappresentanza ufficiale.

Fare sindacato o fare show-business?

La domanda, a questo punto, sorge spontanea ed è rivolta direttamente al personale e agli iscritti delle altre sigle: qual è l’obiettivo del sindacato militare oggi?

Fare sindacato significa applicare il Codice dell’Ordinamento Militare, negoziare ai tavoli istituzionali e assumersi la responsabilità di scelte complesse che portano benefici reali ed economici alla categoria. Oppure fare sindacato significa rincorrere l’algoritmo dei social, alimentarne la contrapposizione, orchestrare “processi di piazza” e cercare l’approvazione a suon di like?

La sensazione è che si stia tentando di “ubriacare” il panorama informativo attraverso una spettacolarizzazione che nulla ha a che fare con la tutela dei lavoratori in uniforme.

L’indipendenza e la tenuta etica delle Associazioni

Mentre si dispensano lezioni di moralità e coraggio, AMUS intende ribadire con forza la propria totale autonomia e linearità di condotta. Fare sindacato in modo puro significa operare nel rispetto rigoroso delle leggi, escludendo qualsiasi ombra di conflitto di interessi o contiguità non consentita, ossia:

  • autonomia dalle confederazioni e dai partiti: il sindacato militare deve rimanere rigorosamente indipendente, senza sponde politiche, senza dirigenti che strizzano l’occhio a candidature o convention di partito e senza appoggi logistici/strutturali gratuiti da parte di sindacati confederali tradizionali;

  • assenza di conflitti e di fini di lucro: fare rappresentanza significa pagare i propri costi istituzionali con le sole risorse del tesseramento, senza legami a società private di servizi, d’infortunistica o studi legali collegati a figure dirigenziali, da cui potrebbero derivare scorciatoie di contenzioso sistematico o ritorni di natura economica.

Chi lavora per il personale in modo serio non ha bisogno di creare “gogne pubbliche” per nascondere la propria impostazione, né di spingere continuamente verso lo scontro per alimentare dinamiche collaterali.

Un richiamo alla responsabilità e la tutela dei canali ufficiali

AMUS non accetta lezioni di democrazia o di coraggio da chi ha scelto di trasformare l’azione sindacale in uno spettacolo mediatico. Rispettiamo troppo i colleghi militari per prestarci a questo gioco di specchi.

Costruire una retorica basata sul contrasto tra “chi ci mette la faccia” e “chi scappa” è un esercizio di facile propaganda. AMUS la propria faccia ce la mette ogni giorno: ce l’ha messa ai tavoli negoziali e ce l’ha messa firmando un contratto che porta benefici reali e concreti al personale. Assumersi la responsabilità di una firma richiede molto più coraggio che sedersi nel salotto virtuale di un blog per fare opposizione di maniera.

Proprio in un’ottica di tutela e serietà dell’informazione, non possiamo ignorare le striscianti strategie di intorbidamento del dibattito in atto. Su indicazione dei nostri esperti di comunicazione, abbiamo rilevato una presenza anomala di profili falsi e utenze create ad hoc con l’unico scopo di fungere da haters, alimentando ad arte attacchi personali e denigratori.

Per impedire che questa gogna mediatica si sviluppasse in maniera esponenziale a danno della serenità dell’informazione, abbiamo scelto per questa fase di limitare i commenti sulle nostre pagine Facebook e Instagram. Se da un lato il pluralismo ideologico è un valore irrinunciabile che rispettiamo profondamente, dall’altro l’uso strumentale di profili fake coordinati per screditare l’operato sindacale suggerisce la presenza di una ben precisa regia.

Stiamo pertanto valutando con i nostri legali le opportune azioni formali nei confronti di questi soggetti e delle condotte denigratorie messe in atto. Valuteremo in tutte le sedi competenti se tali comportamenti e modalità di aggressione mediatica integrino la violazione delle norme vigenti e dei doveri di correttezza.

Agli iscritti e a tutti i militari lasciamo la valutazione serena tra chi produce risultati concreti con indipendenza e trasparenza e chi preferisce le luci di un palco virtuale.

 

ISCRIVITI ad AMUS, il sindacato militare di TUTTI!

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