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Una proposta concreta al Ministro della Difesa: recuperare subito nuove risorse attraverso un assestamento interno e chiedere al Governo un ulteriore investimento nella prossima Legge di Bilancio
AMUS-Aeronautica mette sul tavolo una proposta chiara, concreta e finanziariamente misurabile: rafforzare il FESI e trasformarlo progressivamente in una componente economica sempre più stabile, prevedibile e significativa per il personale militare.
Con una lettera indirizzata al Ministro della Difesa (clicca qui per leggerla) e ai vertici delle Forze armate, AMUS propone di elevare dal 20% al 25% la quota destinata al Fondo per l’Efficienza dei Servizi Istituzionali, attraverso una riallocazione stimata in circa 9 milioni di euro oggi destinati al CFI, verificando parallelamente la possibilità di recuperare ulteriori economie, residui o somme non utilizzate nell’ambito degli incentivi per le funzioni tecniche.
CFI e CFG: una questione che AMUS pone da sempre
Su un punto vogliamo essere altrettanto chiari. AMUS è da sempre critica rispetto al ricorso strutturale al Compenso Forfettario di Impiego e al Compenso Forfettario di Guardia. Non perché non ne comprendiamo l’utilità nell’attuale organizzazione della Difesa. Al contrario: sappiamo perfettamente perché oggi questi istituti sono diventati così importanti.
CFI e CFG sono strumenti forfettari che intervengono in particolari condizioni di impiego e consentono di sostenere attività che, diversamente, richiederebbero una disponibilità enormemente superiore di risorse per lavoro straordinario. Ed è proprio questo, per noi, il punto.
Quando un’Amministrazione è costretta a ricorrere in maniera così significativa a strumenti forfettari per sostenere i propri carichi di lavoro, occorre interrogarsi anche sulla consistenza delle risorse destinate a remunerare ordinariamente il tempo di lavoro del personale.
Da anni AMUS richiama l’attenzione sul forte squilibrio esistente tra le disponibilità finanziarie destinate allo straordinario nel settore della sicurezza e quelle disponibili per la Difesa, pur a fronte di una consistenza complessiva delle Forze armate superiore alle 160.000 unità e di carichi operativi, addestrativi, logistici e organizzativi in continua crescita.
Le elaborazioni sviluppate da AMUS sui diversi stanziamenti evidenziano una distanza molto significativa tra le risorse complessivamente riconducibili alla remunerazione dello straordinario nel sistema della pubblica sicurezza (circa 1,1 MLD per 90 mila operatori – Carabinieri a parte) e quelle disponibili nell’ambito della Difesa (circa 450 MLN per 160 mila operatori, di cui circa 150 MLN comprensivi per istituti forfettari quali CFI e CFG).
E i numeri spiegano anche perché, oggi, il CFI non possa essere semplicemente cancellato con un tratto di penna. Esso rappresenta uno strumento largamente utilizzato dalle Forze armate – con una particolare incidenza in determinati impieghi operativi, addestrativi e nel personale imbarcato della Marina Militare – e contribuisce concretamente a consentire all’Amministrazione di sostenere carichi di lavoro che le attuali risorse destinate allo straordinario non riuscirebbero altrimenti a coprire.
Noi questo lo sappiamo. Conosciamo il nostro lavoro e conosciamo quello delle Istituzioni. Sappiamo perfettamente quali siano gli oneri, i vincoli e le esigenze operative della Difesa. Ma proprio perché li conosciamo, sappiamo anche che si può fare meglio.
Due battaglie, un unico obiettivo
La nostra strategia si muove quindi su due livelli. Al Governo continueremo a chiedere una scelta strutturale: incrementare in maniera significativa le risorse destinate al lavoro straordinario delle Forze armate, avvicinandole progressivamente ai livelli finanziari riconosciuti al settore della pubblica sicurezza, tenendo conto della consistenza numerica del personale, dei carichi di lavoro e della specificità della condizione militare.
Alla Difesa, contemporaneamente, chiediamo di compiere subito un primo passo: verificare ogni possibile economia e ogni margine di assestamento, destinando una parte delle risorse al rafforzamento del FESI senza compromettere in alcun modo le attività operative.
La proposta avanzata da AMUS è infatti circoscritta e sostenibile: portare dal 20% al 25% la quota FESI, recuperando circa 9 milioni di euro, e verificare ulteriori economie sugli incentivi per le funzioni tecniche.
Non chiediamo di mettere in difficoltà una Forza armata, un settore operativo o il personale che oggi beneficia legittimamente di determinati istituti. Chiediamo di utilizzare meglio le risorse disponibili e, contemporaneamente, di aumentarle dove sono palesemente insufficienti.
Il personale ha bisogno di respirare
Negli ultimi anni il personale militare, come milioni di famiglie italiane, ha dovuto confrontarsi con inflazione, aumento del costo della vita, rincari delle abitazioni, dei trasporti e dei servizi. Per questo riteniamo che ogni margine economicamente sostenibile debba essere ricercato.
Il FESI non può rimanere soltanto una variabile che ogni anno dipende dalle risorse residuali disponibili. Deve diventare progressivamente più consistente, stabile e prevedibile, fino a rappresentare un vero elemento di valorizzazione del personale.
E il prossimo passaggio sarà inevitabilmente politico. Il Governo ha assunto impegni sul Comparto e la prossima Legge di Bilancio dovrà essere l’occasione per tradurre quegli impegni anche in risorse aggiuntive. Non tutto può essere ottenuto attraverso economie interne alla Difesa: per compiere un salto strutturale serviranno nuove risorse dello Stato.
La nostra impostazione è quindi semplice: recuperare oggi tutto ciò che può essere recuperato senza ridurre l’efficienza operativa; chiedere domani al Governo le risorse strutturali necessarie per cambiare davvero il sistema.
Nessuno vuole limitare la capacità operativa delle Forze armate o compromettere la missione istituzionale della Difesa. Al contrario, vogliamo contribuire a costruire un Dicastero sempre più moderno, efficiente, sostenibile e capace di valorizzare il proprio capitale umano.
Perché una Difesa più forte passa inevitabilmente anche dalla qualità della vita di chi indossa l’uniforme. E se vogliamo rendere le Forze armate più competitive e più attrattive per le nuove generazioni, dobbiamo avere il coraggio di intervenire anche su strumenti e modelli costruiti in un’altra fase storica.
Fare meglio si può. E noi continueremo a batterci perché accada.
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